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INTERVISTA AL CHITARRISTA MARCELLO CONTU

INTERVISTA AL CHITARRISTA MARCELLO CONTU

Tutta la passione e la determinazione in un grande progetto.

Questi sono due ingredienti indispensabili per la riuscita di un grande progetto, è quello che porta avanti il musicista cagliaritano Marcello Contu.  Da questo incontro scopro subito che la musica non è il suo primo lavoro, è la sua passione e invece dalla professione si porta dietro una cosa molto importante: sa essere incisivo! A parte questa battuta sul primo lavoro di Marcello Contu, di professione Odontoiatra,  in realtà è veramente così, la passione e la determinazione devono essere accompagnate dall’azione e in questo Marcello è veramente incisivo e i risultati, dopo duro lavoro, si vedono e si sentono.

Marcello Contu, è un chitarrista e compositore cagliaritano classe 1966.

Ha fondato i Pork Explosion, band jazz-fusion che collabora con musicisti di fama internazionale, quali Flavio Boltro, Rosario Giuliani, Dario Deidda, Pippo Matino, Claudio Romano, Peter De Girolamo,  Francesco Sotgiu e a breve la collaborazione con Federico Malaman,  proiettano la band verso traguardi sempre più ambiziosi.

Sono previste a breve per la fine del 2014, nuove esperienze con Dario Deidda per un “Weather Report” project, Con Flavio Boltro per una nuova avventura col “Miles Davis Tribute” e con Federico Malaman per un frizzante progetto Jazz/Fusion anni ’80 e ’90 e ancora altri possibili scenari live e in sala di registrazione con Pippo Matino e  Francesco Sotgiu.

Abbiamo incontrato Marcello Contu dopo il concerto al Birdland di Sassari ed ha ha risposto alle nostre domande.

 

Marcello come hai iniziato a suonare?

Marcello Contu: Ricordo che all’inizio della prima media, fondammo un gruppo chiamato “The Littles Boys” (il che già da ampie indicazioni sulla nostra scarsa preparazione in inglese). La band era costituita da mio fratello maggiore e un altro paio di compagni di scuola. Allora mio fratello prendeva lezioni di piano e suonava un piano verticale scordato, gli altri si alternavano tra bonghetti, fustini di Dash, sonagli vari e flauti dolci. Ci divertivamo tantissimo: quello fu l’inizio di una storia che promette di finire solo nella tarda vecchiaia.

 

La musica, essere un musicista, cosa significa per te questo?

Marcello: Esercitare nella vita di tutti i giorni la professione di Odontoiatra, mi crea imbarazzo nell’auto collocarmi in un territorio che amo e frequento da 30 anni ma per il quale ho potuto dedicare solo (fortunati) ritagli di tempo. Mi colloco più volentieri nel campo degli amanti della musica. Sono un onnivoro: ascolto tonnellate di musica di ogni genere, senza preclusioni e senza confini. Ho migliaia di vinili e cd. Per me è fondamentale l’ascolto (talvolta ripetuto decine di volte) di brani, artisti. Ho un atteggiamento viscerale di reale curiosità e volontà di approfondire. Attraverso da alcuni anni una fase di ascolto incredibilmente stimolante della grande scuola pianistica e compositiva russa del ‘900. Pochi sanno che sono il terzo collezionista al mondo di bootleg dei Weather Report: poter ascoltare 70 concerti di questa band è una emozione metafisica: sentire Jaco Pastorius che sviluppa negli anni la sua estetica musicale, il suo genio debordante, mi emoziona talvolta fino alle lacrime. La musica è per me una fetta importante della mia vita sentimentale e spirituale e solo per un gioco del destino è diventata un hobby: connotazione che davvero appare ingenerosa e non in grado di spiegare un amore tanto totalizzante.

 

Chi ti ha ispirato?

Marcello: Ho avuto due settori distinti che hanno ispirato la mia formazione musicale: uno legato ai grandi maestri della musica internazionale e uno relativo ai grandi maestri (e amici) che ho avuto la fortuna di incontrare. L’inizio è stato molto “conformista: da buon ragazzino degli anni ’60, in gioventù son stato rapito e ammaliato (tutt’ora!) dalla bellezza e dal genio dei Beatles. Al periodo pop è seguito poi quello delle grandi band rock di allora; cito i più significativi: Deep Purple, Led Zeppelin, Pink Floyd, Van Halen. In particolare Edward Van Halen è stato il mio chitarrista preferito per lungo tempo: eredito ancora da lui la tecnica bimanuale del Tapping che io ho voluto (tra tante critiche talvolta) applicare (io mi dico: coraggiosamente) alla Jazz/Fusion. Dopo il periodo Rock, mi sono letteralmente innamorato della jazz/fusion e tale passione esiste tutt’ora e trovo da un punto di vista chitarristico e compositivo Allan Holdsworth come la mia vera ispirazione musicale e spirituale. Quando avevo 13/14 anni circolavano in casa i primi vinili dei Weather Report e lo sguardo enigmatico e follemente visionario di Jaco Pastorius che iniziava a guardarmi coi suoi occhi grandi, dalla copertina in bianco e nero del suo disco omonimo del 1976 e la mano enorme di Holdsworth nel suo primo (e allora ambitissimo e raro) libro di spartiti “Reaching for the uncommon chord”, mi rapirono per sempre. Mi hanno ispirato poi, in ordine cronologico, i tre maestri che mi insegnarono a suonare la chitarra: Paolo Loi, Alessandro Puddu e Gianluca Corona. Tutti grandi amici e chitarristi straordinari. Ho apprezzato di Paolo il rigore e l’eleganza, di Sandro la tecnica, le visioni e i voli verticali, di Gianluca la tradizione e l’armononia. Cito come maestro contemporaneo, il mio grande amico e maestro Flavio Boltro, musicista di respiro internazionale, vero artista in grado di valorizzare e trovare il bello in ogni musicista. Trovo poi emozionante sentir suonare il grandissimo Peter Waters.

 

Quali sono state le esperienze, le collaborazioni più significative?

Marcello: Le collaborazioni più significative son state quelle con i miei amici Salvatore Carollo e Carlo Deidda coi quali, quasi 25 anni fa sviluppammo il progetto Jazz/fusion e le prima vera band. Cito ancora tra i “sardi” Daniele Russo col quale son nati i Pork Explosion attuali , nostro stimatissimo batterista da oltre 10 anni e il maestro Alessandro Di Liberto e Francesco Sotgiu: artisti di enorme sensibilità musicale. L’esperienza più significativa della mia storia musicale è stata la fondazione e lo sviluppo del progetto musicale Jazz/Fusion con i Pork Explosion: il nostro maialino kamikaze è frutto di una scalata dal basso, con molti sacrifici, porte in faccia, risatine sarcastiche. Ma ogni cosa che viene nutrita con la passione vera, la dedizione, l’impegno, da, prima o poi, i suoi frutti. L’escalation della band degli ultimi 5 anni mi riempie di orgoglio e felicità. Dentro questo gruppo, oltre ai migliori musicisti isolani, sono transitati artisti di levatura internazionale: i musicisti che ricordo con affetto e coi quali continua una splendida collaborazione, sono senza dubbio i miei amici Flavio Boltro e Dario Deidda. Ricordo comunque splendidi concerti e sedute in sala d’incisione col grande bassista napoletano Pippo Matino , con Rosario Giuliani, Peter De Girolamo e Claudio Romano.

 

quando hai capito chi volevi essere ed esprimere?

Marcello: Non l’ho ancora capito bene e mi sforzo di focalizzare un concetto tanto profondo e complesso. Sento solo di esser spinto da un sentimento di vero rispetto e amore per la musica e personalmente sono disposto a qualsiasi sacrificio e/o impopolarità per seguire una strada, anche contro corrente, ma che possa avere come obiettivo irrinunciabile, l’acquisizione di una voce originale e personale. Quando qualche amico mi dice di sapermi riconoscere da poche note, sento di essere su questa eccitante strada. Quando qualcuno viene a sentirci e capta uno sforzo collettivo che non conosce il compromesso economico, la scorciatoia, quando anche pochi ci applaudono dopo aver eseguito un repertorio complesso, raffinato, difficile, frutto di anni di sala prove, allora sento di esser stato ripagato per la edizione e l’amore per la musica e per il progetto Pork Explosion.

 

Perché avete scelto per il gruppo il nome Pork Explosion?

Marcello: Ricordo che c’era un simpatico maialino volante con la dinamite innescata che svolazzava pericolosamente in un video gioco degli anni ’90: fu amore a prima vista! L’ironia è un aspetto che reputo vitale nei rapporti umani e nella mia esperienza personale. Ci piaceva l’idea di non prenderci troppo sul serio, di non scegliere nomi banali tipo Pinco Pallo quartet o quintet, e neppure nomi altisonanti, sontuosi e in fin dei conti più ridicoli del maialino stesso. Ci piaceva l’idea di un guastatore, di un elemento di disturbo, anticonformista, maleducato e soprattutto volante e pronto a spargere tutt’intorno un po’ di spezzatino fumante! In effetti in passato facevamo un brano davvero difficile che era un po’ il nostro cavallo di battaglia: Pork Chops degli Uzeb!

 

Cosa cerchi dai musicisti con cui suoni?

Marcello: Cerco di imparare, cerco la musica, la scintilla, l’imprevisto, la sfida, la cattura del bello meno ovvio: le note non sono più solo note quando diventano musica e trasmettono emozioni e sono capaci di trasmutare l’attimo, di interconnettere i fili sparsi che connotano la realtà fenomenica e di trasformare il tutto in visioni che fondono carne e anima, forma e pensiero.

 

Musica è fare ciò che ti piace e che viene dall’anima, spesso per alcuni si trasforma in quello che altri vogliono per fini commerciali, hai mai vissuto questo dilemma ?

Marcello: Ti ringrazio per questa domanda che reputo un punto fondamentale del discorso musica in Italia e nel mondo. Posso dirti che viviamo un periodo triste economico e sociale e che è visibile una lenta decadenza culturale e degli animi: sento che le persone sono impegnate a sopravvivere talvolta, a chiudere il mese. I nostri animi sono impegnati a sgombrare merda dai nostri cuori. Tutti i falsi miti, la comunicazione spazzatura, la perdita di tanti valori, ci hanno distolto dall’arte, dalla cultura, dal bello. Oggi è facile “corrompere” una band e costringerla ad amicarsi una platea di semi analfabeti, producendo repertori facili, orecchiabili e senza alcuna dignità artistica. La mia band nasce con questa idea radicale di non seguire l’onda lunga della sotto cultura dilagante. Noi non ci siamo mai piegati a questo e né avverrà in futuro, a costo di non suonare più. Abbiamo suonato anche in situazioni difficili, con platee “ostili”, ma non abbiamo mai fatto neppure una marchetta: al Jazz Expo o nel chioschetto più improbabile, abbiamo presentato i nostri brani, i brani dei Weather Report, Allan Holdsworth, Tribal Tech, Uzeb, Frank Zappa, Steps Ahead, Miles Davis, Chick Corea (ecc ecc), senza mai piegarci a ragionamenti commerciali o di convenienza estemporanea. Non siamo ricattabili e credo che chiunque possa riconoscerci questa peculiarità.

 

Quali sono le emozioni più ricorrenti che provi quando suoni?

Marcello: Parlare di musica è complicato ma è affascinante perché ti addentri in quei territori dove la percezione delle emozioni avviene attraverso meccanismi molto svincolati da quelle percezioni che invece si avvalgono dell’ausilio delle forme, dei colori, del tatto e dei sensi in generale. Per questo la musica, in filosofia, è considerata la forma più alta di arte. Mi son divertito (ma anche emozionato) in passato a scrivere di musica, a recensire artisti, lavori discografici o semplicemente affrontare temi legati alla musica. Posso (se i limiti dell’intervista lo concedono) consegnarti una specie di omaggio che scrissi per il mio amico Flavio Boltro in occasione del concerto che fece con noi nel 2012 al Jazz Expo: non c’è modo migliore per descriverti le emozioni che provo quando suono e le modalità, un po’ poetiche, un po’ tecniche e un po’ in forma di racconto, che utilizzo per descrivere con le parole la musica e le sensazioni che suscita.
“A FLAVIO BOLTRO (Un ricordo del Jazz Expo 2012).

S’insinua una notte orientale, un soffio marino scuote appena l’aria mentre le luci si smarriscono tra le pieghe di un obliquo mutare delle ombre. La materia trattenuta, la materia dissimulata sta per diventare racconto: parole incapaci nell’istante che si fa distanza e quelle strane verità che invece le posseggono negli sguardi. Quando muore all’angolo il tempo, i pensieri curvano in un tragitto senza rotta. Anche le voci del pubblico ora si perdono in un riverbero che sa di voci sperse nella nebbia, di richiami alla deriva tra barche distanti.
Ora la vena pulsa nella tempia, la tua voce grossa, profonda ha smesso di ridere, di raccontare,
l’ultima sigaretta si spegne avvolta in una spirale di fumo bianco. Chi ti conosce sa quanto tu possa innescare una metamorfosi tanto improvvisa e radicale: quando parte lo show, la musica ruota vorticosamente e ronza come uno sciame fuori da ogni controllo………….(continua a leggere a fine intervista)

 

Tu e la creatività: Ci sono situazioni, momenti  che favoriscono l’ispirazione?

Marcello: Non ho composto tanti brani nella mia avventura musicale: poche decine. Le idee arrivano da lontano, quando meno te lo aspetti e senza alcun criterio temporale o suddivisione equa: a volte sono arrivate ispirazioni una appresso all’altra, altre volte c’è stato silenzio per anni. Ora lavoro a composizioni a 6 voci solo per chitarra, attingendo ai sontuosi e infiniti voicing dello straordinario Allan Holdsworth.

 

Cosa troviamo nella tua musica?

Marcello: Coerenza, onestà, amore, quello vero. E negativamente un po’ di presunzione, ma non in senso negativo assoluto: presunzione di portar avanti un discorso anche se non ancora compiuto: qualcosa che assomiglia di più alla testardaggine.

 

Esibirsi in pubblico è una grande emozione, soprattutto quando si è alle prime esperienze, i segni più evidenti: le mani tremano, sudorazione generale, battito accelerato, non ti sto chiedendo una prescrizione medica….. la paura per te com’è stata? cosa consigli ai giovani per vincere questo momento?

Marcello: Abbiamo fatto ormai coi Pork Explosion circa 100 concerti e devo dire che ormai non sento più le cose che hai decritto. Ricordo però i primi tempi di aver sentito le gambe molli e di essermi dimenticato strutture, accordi e temi: amnesia da panico! Poi col tempo ho imparato a reagire e non mi tiro mai indietro: molti amici in situazioni difficili suonano meno, abbassano il volume, suonano in economia. Io invece suono e sto nel ring anche ai festival internazionali. Ricordo che funziona molto bene impararsi con attenzione le parti ed esser sicuri sulle esecuzioni, al peggio una vodka a stomaco vuoto, tutta d’un sorso e vai!

 

Non sempre possiamo essere al massimo durante le esibizioni, cosa fai per trovare lo stato ideale per suonare?

Marcello: La musica assomiglia ai rapporti umani e ne condivide i complessi meccanismi e dinamiche: nulla è prevedibile in musica. Talvolta quelli che sembravano i migliori presupposti per una serata musicale irripetibile, si son trasformati in situazioni controverse, così come il contrario: la musica ci ha riservato anche sorprese straordinarie. A me personalmente disturba avere pensieri negativi, preoccupazioni extra musicali: preferisco salire sul palco con la mente sgombra e con lo sforzo sovraumano di abolire ogni traccia di razionalità. Ti cito a tal proposito due righe che scrissi per Dario Deidda dopo un bellissimo concerto che fece con noi ai 7 Vizi:
“Hai suonato dando tutto te stesso, come se non ci fosse il domani, cercando quel punto raro in cui l’anima
ha cercato il suo equilibrio precario con le tue mani, tu e il tuo jazz bass: come due popoli antichi alle armi
a contendersi la bellezza.
E sei entrato in un vortice senza ritorno, oltre quel punto raro e irraggiungibile, dove subito prima s’aliena l’urgenza della bellezza più alta,
quella che spinge a sfidare l’ipnotico precipizio, a librarsi in volo e rendersi indimenticabile.”

 

Raccontaci una storia simpatica successa durante la tua musica

Marcello: Ricordo l’anno scorso uno dei nostri concerti più impegnativi della storia dei Pork Explosion, ai giardini pubblici di Cagliari per la rassegna “Concerti al tramonto” con il grande Rosario Giuliani. Rosario Giuliani è un sassofonista di hard bop estremo, in grado di suonare con una fluidità sovraumana a una velocità fuori da ogni immaginazione. Ricordo che sul finale staccò un suo blues a oltre 320 di metronomo! In prova fu fatto più lento e la sorpresa fu davvero imbarazzante! C’era un pubblico preparato e attento e ricordo che dovetti scegliere tra il poco edificante non suonare e il suonare sbagliando, incapace fisicamente di suonare a quel tempo forsennato. Decisi per il paraculismo più cialtrone: volume a zero sulla chitarra e far finta di muovere a tempo le mani. Funzionò alla grande: un gaggio stellare, casteddaio DOC si avvicinò e disse: “ ceeh troppo togo, cioè boh come hai fatto a fare quel tema!? Ceeh difficile a manetta!

 

Che idea ti sei fatto in tutti questi anni dell’ambiente musicale cagliaritano?

Marcello: Ho sempre pensato a Cagliari e un po’ alla Sardegna come una piccola Atene della musica: in rapporto alla esigua popolazione, Cagliari ha prodotto una moltitudine di musicisti di talento impressionante. E parlo di musicisti che hanno sfondato fuori dall’isola ma anche di grandi talenti rimasti nella loro terra, compresi tantissimi musicisti non professionisti dotati di indiscutibile talento. Non dimentichiamo che Cagliari ha ospitato per molti anni uno dei più grandi festival jazz d’Europa: il famoso Jazz in Sardegna degli anni ’80 prevedeva 30 concerti consecutivi con musicisti stellari. Siamo cresciuti in questo stimolante ambiente. I locali dove si faceva musica nelle scorse decadi, erano numerosissimi e sempre pieni. Ma l’altro lato della medaglia invece racconta di un ambiente chiuso, fatto di caste, ultra selettivo e severo, dove l’ambiente tipicamente provinciale, ha prodotto un sottobosco di musicisti litigiosi, facili alla critica e allo scontro non sempre leale e aperto, ma spesso con pugnalate alle spalle. Mi son chiesto se questo ambiente ultra selettivo non abbia poi facilitato una scarsa predisposizione all’auto indulgenza e abbia così prodotto per errore musicisti di alto livello, oppure abbia minato la possibilità dello sviluppo di una categoria aperta, curiosa, empatica, in grado di coesistere e collaborare in sinergia. Forse la verità è sempre stata nel mezzo. Certo è che in questi tempi il doppio volto di questa città fenicia sta mostrando sempre più i propri volti meno costruttivi e stimolanti, complice la grave crisi economica e la penuria di locali. Peccato davvero!

 

Puoi spiegarci quale è il tuo approccio e la tua estetica musicale sulla chitarra?

Marcello: Ho trovato nella Jazz/fusion una miscela di stili e approcci musicali che rappresentano al meglio la mia idea di musica. La chitarra Jazz/Fusion è altamente fascinosa e stimolante, contenendo in sé l’energia del rock, la melodia del pop e della musica classica, il blues, il funk e l’armonia complessa del jazz. Le possibilità ritmiche sono infinite: swing, ritmi tribali africani, samba, funk, ritmi binari, ritmi etnici da tutto il mondo (India, Sud America, Europa ecc). Amo le strutture aperte, l’interplay, la libertà dell’improvvisazione, i territori modali, la tecnica, il virtuosismo, la sperimentazione sonora. Amo ricercare una voce autonoma, un’estetica originale, un approccio esecutivo e armonico personale. Ricerco nella chitarra le sue enormi capacità espressive e di trasmettere energia, visioni e emozioni. Sono più interessato a questo più che a uno studio scolastico e prevedibile dello strumento. Inseguo un fraseggio complesso, dissonante, moderno e svincolato, ricco di contrasti e tensione, un fraseggio fluido simile ad uno strumento a fiato, ad un violino, generalmente up tempo e con la distorsione. Ho imparato e sviluppato da ragazzino la tecnica bimanuale del Tapping. Questa tecnica nata col rock , apre possibilità esecutive ed espressive enormi: è come possedere una mano gigantesca di 7/8 dita! E’ una tecnica meravigliosa, un’arma impropria che bisogna imparare a dominare e a dosare. Tutt’ora lavoro per apprendere un controllo sufficiente verso una tecnica che sfugge letteralmente di mano. Vengo ancora criticato per l’eccesso di note, la velocità e per l’utilizzo (voluto) di scale anomale e dissonanti. Amo questa tecnica che ho personalizzato totalmente, perché sento possa essere la chiave per impadronirsi di una voce propria, originale e irripetibile. Per questo prometto di andar avanti e comunque: ne intravedo orizzonti eccitanti e ne riparleremo tra 10 anni. Amo la ricerca sonora e sto dedicando abbastanza tempo allo studio degli effetti digitali e analogici: il mio setup completo assomiglia ad una astronave! Completo i miei orizzonti espressivi con una continua sperimentazione sulle chitarre synth, processo in eterna evoluzione, non privo di ostacoli, vero punto d’incontro tra due mondi solo in apparenza incompatibili che sono appunto l’analogico e il digitale.

 

Programmi futuri?

Marcello: Abbiamo a stretto giro con la band tre appuntamenti davvero emozionanti: abbiamo in cantiere un Weather Report Tribute con Dario Deidda, un altro concerto con Flavio Boltro sempre con il Miles Davis Tribute (lo stesso con cui ci siamo esibiti la settimana scorsa al Birdland di Sassari) e una nuova collaborazione con uno dei migliori bassisti Italiani: Federico Malaman, col quale vogliamo invece tornare al repertorio Jazz/fusion anni ’80 e ’90 insieme alle composizioni originali.

Non escludo inoltre la possibilità di produrre un disco con brani originali: l’idea sarebbe di coinvolgere gran parte dei musicisti sardi e non, con cui si è sviluppata questa avventura.

Il progetto è ancora in cantiere ed è probabile che io possa essere aiutato e venga arrangiato da Francesco Sotgiu.  Al di là delle collaborazioni eccellenti, sto mettendo su un progetto in quartetto con Daniele Russo, Matteo Marongiu e Sal Carollo, dedicato a Allan Holdsworth: si tratta di una delle mie scelte più visionarie e ambiziose mi sia mai capitato di ideare. Si tratta di un intero repertorio coi brani più significativi e complessi di Holdsworth: bellezza, complessità esecutiva, armonica e strutturale ai massimi livelli.
Concludo questa piacevole intervista facendoti i miei complimenti per il blog e per il tuo impegno personale e amore per la musica e per le domande mai banali: da queste iniziative può nascere un nuovo inizio e nuovi stimoli per l’intero ambiente musicale. Grazie! E in bocca al lupo per i “Be Funk!

 

Grazie Marcello da vivereacagliari.com e grazie per la musica che ci regali.

Marcello:Grazie a voi.

*Continua a leggere la dedica a Flavio Boltro.
“Non importa se la tua anima proietti la sua ombra sul palco dell’Olympia o tra il frastuono confuso di voci e bicchieri di un locale notturno. Quando termina l’intro coi suoi colori (“colovi”, come dici tu scherzosamente mentre fai il verso a “qualcuno” di tua conoscenza),
la tua tromba parla e pronuncia parole tanto forti da cadere distintamente a pezzi e schizzare in alto come l’urlo della madre col bambino di Guernica, le fiamme del rogo di Alessandria, lo sguardo di Annibale dopo Canne. Un brivido attraversa la platea mentre le note galleggiano ancora sostenute dall’eco, assumendosene tutta la solitudine. I tuoi occhiali scuri ora sono un filtro impenetrabile e ultraterreno, la maglietta sgualcita che hai preferito all’ultimo istante alla camicia bianca, è ora il mantello di un Re; Sei fiero e elegante quando parte la ballad e niente, nessuno può fermare la tua tenerezza mentre spira malinconico da lontano il vento del sud.
Un denso fumo porpora gonfia la notte e tu stai con lo sguardo verso il basso come una fiera in attesa. Possiedi una capacità di concentrazione orientale, istintuale e telepatica. Le pause di Miles ti visitano e ti ispirano: a volte non gettare sempre il dado, significa conservarne tutte e sei le possibilità delle sue facce.
Hai forsennatamente cercato in ogni anfratto degli altri musicisti sul palco, la musica, la scintilla, l’imprevisto. Sei un musicista proteso alla sfida, alla cattura del bello meno ovvio, dell’intuizione pura e asistematica, mai alla ricerca di una fredda perfezione estetica e formale, alimentata e dissimulata (come spesso capita) da prodigiose capacità tecniche ed esecutive: tutti sanno che sei un musicista che può eseguire a prima vista Stravinsky, Bach,
i temi più tosti di Parker o magari i Brecker Brothers! Quello che ti preoccupa è la nuvola che non c’è: cosa si può dire difronte a un cielo perfetto?
Le parole nell’antica lingua ebraica erano più forti delle azioni: le precedevano, le determinavano, le profezie generavano il futuro. Atto e parola che coincidono. Così per te Flavio, le note non sono più solo note (e questa è la vera differenza tra un musicista e un artista), ma diventano musica, trasmettono emozioni, sono capaci di trasmutare la realtà, di interconnettere i fili sparsi che connotano la realtà fenomenica e di trasformarli in visioni che fondono carne e anima, forma e pensiero.
Quando il sipario si è chiuso, per un attimo eterno il tempo ha smesso di curvare, poi una caligine sulfurea, il tramonto e le sirene che urlano nella baia degli angeli.
Dopo il ricordo raggruma le immagini, coagula i colori, subisce la luce tagliente della ragione, miscela dissonanze, trascina il silenzio nelle sabbie mobili del tempo, ha contrazioni vivide che sanno di chimiche elementari, di nervi scoperti. Per questo, Flavio, scusami per le parole che non si possono esprimere con le parole e che dovranno raggiungerti fuori dalle pagine.”

Per maggiori informazioni e contatti

Leggi la biografia di Marcello Contu

visita la pagina Facebook di Marcello Contu

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